Le Portatrici nella Grande Guerra

Un nuovo “pezzo” si è aggiunto alla collezione della Sala Storica. La riproduzione, con l’uso di un manichino, di una portatrice carnica. Un tributo alle donne, che silenziosamente ed operose apportarono un immenso contributo alla logistica dell’Esercito durante la Grande Guerra. Un tributo a loro quindi, il cui lavoro la storiografia non ha mai evidenziato e divulgato con la giusta enfasi.

DONNE E GUERRA

La Grande Guerra in Italia impegnò, negli anni 1915-18, milioni di giovani e si svolse prevalentemente in montagna dallo Stelvio al Carso; soldati operanti nei forti o in trincea dovevano quotidianamente essere riforniti di viveri e munizioni. All’inizio del conflitto mancavano strade, percorsi camionabili o teleferiche in grado di raggiungere le truppe là dove neanche i bravi muli degli alpini riuscivano a salire, per cui i trasporti dovevano essere fatti a spalla. Per provvedere il Comando delle Forze Armate lanciò un appello alla popolazione civile per reclutare volontari in grado di raggiungere le trincee al fronte superando impervi sentieri con dislivelli di 600 – 1200 metri. Risposero di sì migliaia di donne, più per amor di patria che per il compenso limitato offerto dal Comando: avevano una età compresa tra i 13 ed i 60 anni ed in gruppi di 20 o 30 dovevano trasportare con le apposite gerle sulle spalle un carico di 25 – 30 chilogrammi costituito da viveri, acqua, munizioni, medicinali e indumenti di lana. Ogni viaggio e materiale trasportato veniva contabilizzato in un apposito libretto di lavoro mentre un bracciale rosso portato al braccio riportava il numero della unità militare cui la portatrice era assegnata.

Il tragitto durava ore e, dopo un breve ristoro, nel ritorno, le portatrici scendevano con indumenti da lavare e, non di rado, con soldati feriti per il trasporto in ambulanza negli ospedali da campo. Alcune portatrici, a disposizione del Genio Militare, alloggiavano in baracche in prossimità del fronte per il trasporto di pietrisco e legname per i lavori di consolidamento di sentieri e mulattiere nonché costruzioni di baracche o ricoveri arretrati; il lavoro era rischioso non solo per le asperità del terreno ma anche per il pericolo di essere colpite da schegge durante il bombardamento o dal tiro di cecchini austriaci che occupavano posizioni dominanti.

  Vi furono donne portatrici ferite in modo più o meno grave mentre Maria Plozner Mentil di Timau perse la vita per una fucilata di un cecchino che le procurò lesioni interne a quel tempo inguaribili: era il 15 febbraio 1916 e Maria Plozner, in compagnia dell’amica Rosalia Bellina stava salendo verso Casera Pramosio quando verso le ore 11 si concesse un breve riposo al sito Malpasso a 1620 metri di quota: deposta la gerla, appoggiò la schiena alla parete rocciosa per un momento di sollievo quando d’improvviso fu colpita a morte. La figura di Maria Plozner Mentil sarà rappresentativo del sacrificio ed eroismo di tutte le portatrici che operarono al servizio del Regio Esercito anche nel periodo invernale quando altissimo era il pericolo delle valanghe. Il 1 o ottobre 1997 il Presidente della Repubblica consegnava, nel corso di una solenne cerimonia svolta presso il tempio Ossario di Timau, la Medaglia d’Oro al Valore Militare, alla memoria, ai figli di Maria Plozner. Per i loro meriti le portatrici vennero insignite del Cavalierato di Vittorio Veneto. 

La portatrice con la cassa nella gerla,seduta in prima fila, è Maria Plozner Mentil. (Foto provenienti dal Museo Storico” La Zona Carnia nella Grande Guerra”-Timau)